BEIRUT – Con una decisione presa senza cercare nessuna autorizzazione dal Congresso, Donald Trump ha voluto irrompere nella crisi siriana colpendo la principale principale base dell’aviazione di Damasco, da cui sarebbero partiti gli aerei presumibilmente impegnati nel bombardamento chimico di Khan Shaykhun, scegliendo in questo modo di mettersi in rotta di collisione con la Russia di Vladimir Putin, il grande protettore del presidente siriano Bashar el Assad.

Lo show di potenza orchestrato dal presidente americano, ordinando il lancio di 59 missili Tomahawk da due portaerei che incrociano nelle acque del Golfo Persico contro la base militare di Shayrat, presso Homs, è teso a dimostrare che Trump, diversamente da Obama, è pronto a mettere i piedi nella palude siriana, colpendo per la prima volta dall’inizio della crisi, sei anni fa, le forze armate del regime. Anche se la stessa Amministrazione ha voluto subito precisare che si tratta di un’iniziativa una-tantum (“one-off”) destinata, allo stato degli atti, a non aver seguito, le conseguenze del bombardamento notturno contro la base di Shayrat sul terreno siriano e nel contesto internazionale del conflitto sono tutte da valutare.

Le ripercussioni sul terreno. Non c’è ancora un inventario dei danni provocati dal bombardamento notturno, a parte la morte di sei militari siriani, ma pare che siano stati distrutti nove aerei da combattimento, il sistema di protezione antiaerea, i depositi di carburante e la pista. Nessun danno invece alle infrastrutture delle forze russe presenti nella base. A questo proposito le forze Usa avrebbero rispettato le regole d’ingaggio stabilite sugli affollatissimi cieli siriani informando la difesa russa dell’imminente lancio dei missili, senza ovviamente chiedere alcuna autorizzazione. Se questo è il quadro, nessuno può negare che l’aviazione siriana sia stata messa in ginocchio. Il che risulterà in un vantaggio oggettivo sia per le formazioni jihadiste, come l’ex Fronte al Nusra, oggi Hayat Tahrir as Sham, Organizzazione per la Liberazione del Levante, nato da una costola di Al Qaeda e radicatosi nella provincia di Idlib, come per gli altri grandi gruppi islamisti radicali tipo Jiaish al Islam (l’esercito islamico) o Harar al Sham (letteralmente: Gli uomini liberi della grande Siria). Sia, infine, per lo Stato Islamico asserragliato a Raqqa e Deir Az Zor. La guerra del regime contro queste formazioni, così come contro gli uomini del FSA, il Libero Esercito, accomunati ai jihadisti nella definizione di  “terroristi”,  è stata condotta prevalentemente approfittando del vantaggio tattico offerto dall’aviazione. Senza l’aviazione, ed ovviamente senza l’aiuto dei russi, Assad non avrebbe riconquistato Aleppo, Homs sarebbe rimasta sotto il controllo di al Nusra e Palmira non sarebbe stata liberata due volte. Il costo in termini di distruzioni è stato enorme, ma il regime non si è dissolto e lo stato siriano non si è frammentato.

La battaglia di Idlib. La stessa battaglia di Idlib appare oggi in forse, prima ancora di cominciare. Dopo aver riconquistato Homs, assicurato Hama, seppur con qualche vuoto di autorità nella provincia, riunificato Aleppo, mancava soltanto Idlib perché il regime riportasse sotto il suo controllo la Siria urbana dei mercati, dell’agricoltura fiorente, dello sviluppo industriale e delle Università. Secondo una strategia coltivata da anni, Idlib sarebbe diventata l’ultima trincea della rivolta armata. Nei luoghi della rivolta in cui tra il regime e gli oppositori è stata concordata una resa, che il regime preferisce definire “riconciliazione”, ai ribelli armati è stato concesso di allontanarsi armi in pugno e con le famiglie per continuare altrove la loro rivoluzione. Da Daraya ad Aleppo dalla città vecchia di Homs a Qudsaya, molti combattenti hanno scelto, in cambio della resa, di trasferirsi, ad Idlib e provincia. Sta di fatto che la città, al confine con la Turchia, oltre a una popolazione originaria stimata in circa 200.000 persone, è adesso sovraffollata da centinaia di migliaia di profughi, la stragrande maggioranza civili, ma anche molti combattenti fra i quali gli jihadisti dell’ex Fronte al Nusra hanno un ruolo preponderante.

Inevitabilmente sarebbe arrivato il momento della resa dei conti affidato, come suggeriscono i precedenti di questa ed altre guerre contemporanee, primariamente all’aviazione. Ora, se Trump pensava di ridimensionare in qualche modo il ruolo della Russia in Siria, l’attacco notturno contro l’aeronautica siriana sortirà l’effetto contrario, perché, escluso che Putin ritiri adesso il suo sostegno ad Assad, il peso tattico dell’aviazione nel conflitto passerà tutto sugli aerei russi presenti nella base di Khmeimim, presso Latakia.

Alleanza pro Assad.  Basato sulla presunzione che ad ordinare il massacro chimico di Khan Shaykhun sia stato Assad (senza alcuna prova certa, tranne la certezza degli israeliani che il Rais siriano sia stato il colpevole  “al 100 per 100”) la decisione punitiva di Trump, anziché portare lo scompiglio tra le file della coalizione filo-regime rafforzerà gli alleati di Assad nei loro sentimenti anti-americani. Le formazioni di Pasdaran iraniani, gli uomini della brigata al Quds dei Guardiani della Rivoluzione che combattono nel Nord-Ovest della Siria, gli Hezbollah libanesi che si sono assunti il ruolo di avanguardie nelle più importanti operazioni di terra, le milizie sciite irachene e afghane che rappresentano la fanteria della coalizione filo regime sono forze, oltre che militarmente ben addestrate, politicamente estremamente indottrinate. Per gli Hezbollah libanesi l’attacco dei missili Tomahwak è una conferma delle presenza di una regia israelo-americana negli sviluppi della crisi siriana. Accusa facilmente etichettabile come propaganda, ma gli strateghi di Trump sbaglierebbero se guardassero alla guerra siriana come un conflitto a se stante senza collegamenti, palesi od occulti con quello che succede in Iraq, dove gli Stati Uniti si sono impegnati a sostenere il governo di Bagdad a riconquistare Mosul, strappandola allo Stato Islamico.

Le conseguenze sulla scena politica. La possibilità di un accordo di cooperazione effettiva sulla crisi siriana (almeno sulla crisi siriana) tra Stati Uniti e Russia, qualcosa che è stato sempre auspicato ma mai realizzato, dopo quello che è successo nella notte sui cieli della Siria, decisamente tramontata. L’attacco alla base di Shayrat rappresenta una sfida non alla persona, ma al ruolo di Putin nella regione. La richiesta  insistita di Putin di istituire una commissione d’inchiesta internazionale, “dettagliata ed obbiettiva”,  sul presunto bombardamento chimico di Khan Shaykhun è stata ignorata. L’aver informato i russi dell’imminente arrivo dei missili non salva le apparenze. Lo stesso impegno comune contro il terrorismo internazionale che sembra essere il terreno comune di un’intesa tra Washington e Mosca, è adesso da riconsiderare. Eppure, a meno di non prendere in considerazione una rottura insanabile dalle conseguenze imprevedibili, Trump e Putin sono condannati a collaborare.

Il fatto è che Trump ha scelto di allineare la posizione di Washington con quella dei più strenui assertori della necessita di un cambiamento di regime in Siria con la conseguente cacciata di Assad. La Francia, che spera in un suo ruolo influente, come in una rinascita del suo passato colonialista, nella Siria post-Assad é stata addirittura preavvertita del bombardamento ed oggi guida la fila dei paesi plaudenti tra i quali spiccano, oltre alla Gran Bretagna, Israele e l’Arabia Saudita. Israele esulta all’idea di una sconfitta di Assad che allontanerebbe l’Iran, il grande alleato di Damasco, dai suoi confini. E l’Arabia Saudita sogna un successo delle forze sunnite sulle quali pensa, sbagliando per eccesso, di poter esercitare il suo primato. In verità, se nessuno sa quali piani siano stati approntati per sopperire al vuoto di potere che si creerebbe a Damasco in caso di sconfitta di Assad. Il fantasma di Ghedafi aleggia sulla Siria.
 
 


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